GENZINI: In che modo si è avvicinato alla musica e alla composizione? 
 
All’età di sei anni i miei genitori mi comprarono una pianola “Bontempi”. Rimasi folgorato dal mondo dei suoni e, soprattutto, delle combinazioni sonore. L’anno successivo ebbi in regalo un pianoforte verticale “Petrof”; in pratica non mi sono mai più staccato dallo strumento. Il mio percorso nasce dunque all’insegna della creatività. La vita poi mi ha portato subito in altre direzioni più strettamente strumentali. Prima una lunga gavetta come accompagnatore di coro e cantanti lirici e poi, dopo l’incontro con Lazar Berman, il pianismo solista e l’approfondimento del repertorio tradizionale. Evidentemente, in quegli anni (circa venticinque), sentivo la necessità di praticare e digerire un repertorio lontano dalle mie esigenze espressive ma che sentivo intimamente connesso alle mie radici. Verso i trentadue anni ho preso coraggio e ho cominciato a parlare con la mia voce; tutte le competenze che ho sviluppato in anni di lavoro sul repertorio le ho naturalmente fatte confluire nella composizione. Solo oggi, a mente fredda, mi accorgo in effetti che il mio modo di guardare il pianismo era piuttosto da compositore che non da strumentista. Berman forse all’epoca se n’era già accorto.
 
GENZINI: Come si caratterizza il suo stile compositivo e quali sono stati i principali lavori che ha realizzato?
 
E' difficile parlare del proprio stile. Potrei dire, però, di non esseremi mai messo alla ricerca di uno stile. Penso che non bisognerebbe mai andare incontro ad uno stile, ma mettersi in ascolto ed aspettare ( con tantissima pazienza ) che lo stile venga da noi. Certamente tutti, quando cominciamo, abbiamo dei punti di riferimento in alcuni autori ( magari ognuno per un aspetto ) che rappresentano un pò l'utopia verso cui tendiamo. Io, in senso molto lato, penso di iscrivermi nella cosidetta "scuola romana" che nasce con Petrassi e ha continuato con alcuni suoi allievi ( Ivan Vandor, solo per citarne uno ), ma sono stato influenzato anche da autori internazionali quali Elliott Carter o Gyorgy Ligeti. A maggio di quest'anno i Dedalo ensamble, diretti da Vittorio Parisi, hanno inciso un disco con buona parte della mia musica da camera. Il CD uscirà a gennaio prossimo con l'etichetta Stradivarius. Uno dei lavori a mio parere riusciti meglio è Ricercare II ( peraltro non contenuto in questo disco ) per violino e pianoforte che propongo di ascoltare nella magnifica interpretazione del duo Ardorè. 
 
GENZINI: La musica barocca era sostanzialmente intrattenimento, la musica romantica era specchio dell’anima individualista borghese, ogni epoca ha trovato una corrispondenza identitaria nella musica: quale può essere il riferimento alla nostra società per la musica contemporanea in generale? 
 
La verità dell’Uomo - Artista è naturalmente un microcosmo a se stante. L’insieme di questi microcosmi ci da un quadro abbastanza fedele della società ma ad un livello più profondo. L’autore, per sua natura, è comunque un essere asociale. Egli mette in scena il proprio corpo (che è estraneo a qualsiasi concetto di società);ne esalta i limiti, le esitazioni, la solitudine.Penso ad autori come Michelangelo Antonioni, Jean Luc Godard, Elliott Carter, Ingeborg Bachmann. Questi mettono in scena uno smarrimento; uno smarrimento che è anche linguistico, prendendo coscienza dei limiti del loro mezzo espressivo. L’autore, come dicevo, si fa testimone di un respiro profondo di un’epoca. Il respiro, che è la sua impronta digitale, è un fatto musicale. Fare musica vuol dire respirare (penso all’ampio respiro nella musica di Chopin). Oggi si ascolta, nella maggioranza dei casi, una musica in apnea. L’autore è quindi testimone ma anche ricettore di un’onda che è dentro di lui ma che viene prima di lui e che va dopo di lui. Metaforicamente egli è un essere in ascolto, come una parabola. Coglie onde nell’universo impercettibili, le amplifica un poco e le condivide con gli altri.

GENZINI: Il grande pubblico sembra preferire musica assai semplice oggi: secondo lei è segno di difficoltà di comunicazione o di complessità insite nella stessa musica contemporanea la difficoltà di ricezione di quest’ultima?
 
La domanda così posta mi mette in difficoltà. Ma Beethoven era un autore facile? Beethoven risulta oggi un autore difficile (nonostante che, dopo secoli, dovremmo ormai averlo digerito) figuriamoci alla fine del settecento (probabilmente all’epoca era considerato un folle). In tutte le epoche la massa degli individui ha preferito un tipo di comunicazione semplice che coglie un aspetto superficiale della vita (e della società). La differenza è che oggi ci sono i mezzi di diffusione (di massa, appunto) che offrono questa superficialità come modello unico. Oggi, grazie alla televisione e ai social network, che sono un’ appendice della televisione, viviamo un’epoca di svilimento della comunicazione. Attenzione: svilire la comunicazione è uguale a svilire l’essenza della natura umana, con tutti i disastri sociali che ne conseguono. L’uomo di cultura dovrebbe contrastare con tutte le sue forze questi modelli di comunicazione così banali (direi criminali).

GENZINI: Quale può essere la strada per recuperare il grande pubblico alle nuove musiche? I
 
In realtà non c’è una strada perché non esiste “il grande pubblico”. A chi si riferisce per “grande pubblico”? L’arte è un segreto e l’artista si nasconde al mondo (la vita di Emily Dickinson in questo è emblematica). La cultura non si offre! Quando sento termini quali: offerta culturale, offerta formativa, offerta politica mi sembra di vivere perennemente al mercato. Bisognerebbe invece creare, attraverso le istituzioni apposite (penso alla scuola che ha ormai abdicato da anni al suo compito), una tensione dell’individuo verso la cultura. Creare la curiosità per qualcosa di mai visto o mai udito. Naturalmente la maggior parte delle persone si rifiuteranno per natura di seguire strade nuove, molte altre invece seguiranno l’invito.

GENZINI: Utilizza la tecnologia per comporre le sue opere? Gli strumenti tradizionali hanno forse esaurito le loro possibilità timbriche essendosi già espressinella gamma delle loro stesse peculiarità?
 
Gli strumenti, o gli organici, sono per me solo un mezzo. In sé, quindi, non hanno nessun valore (come una “struttura” che dal punto di vista linguistico, presa isolatamente, non ha nessun valore). Credo, invece, nel valore della “mano artigianale”. Le mie composizioni sono tutte scritte a matita; non riesco ad avere come intermediario un computer. Attraverso la matita vivo artisticamente il mio corpo. Che tristezza mi fanno quei compositori che invece di parlare di sé parlano di uno strumento. E’ come dire: oggi metto in scena un flauto o, peggio ancora, un computer.
 
GENZINI: La musica contemporanea sembra aver raggiunto punte estreme di individualismo e di sperimentalismo, nel senso che ogni compositore è un microcosmo a sé stante e ogni composizione ha riferimento solo a sé; quello che era una volta detto “stile” o corrente artistica manca del tutto, come sembra, oppure vi è una direzione per il futuro in qualche modo ravvisabile nel presente? 
 
Vivo il mondo della cosiddetta “musica contemporanea” da molti anni e devo constatare che anche nella “musica d’arte” (definizione che mi sembra più appropriata) purtroppo esistono delle tendenze stilistiche o, ancora peggio, delle mode. Il che è, naturalmente, una contraddizione rispetto alla natura stessa di tale espressione. Lo stile condiviso, cioè la riconoscibilità, è qualcosa che ha sempre a che fare col commercio. Chi fa musica commerciale (e chi la fa bene ha tutta la mia stima) è obbligato a cavalcare le mode in quanto il fine è vendere. Il modello unico (e qui l’equivoco) ci induce a pensare che tutti dobbiamo operare allo stesso modo. In realtà ci sono dimensioni diverse di comunicazione (tutte, in astratto, rispettabili); la dimensione della “musica d’arte” non può essere quella commerciale perché parla dell’uomo nella sua singolarità. Tendenzialmente quando un compositore si immette in una scia tracciata da altri (come dentro la scia di una cometa), lo fa per due motivi: per incapacità introspettiva o per opportunismo. Entrambi i casi generano in me una profonda tristezza.