Rocco Filippini è considerato un dei più grandi violoncellisti in attività figlio del letterato e pittore Felice Filippini e della pianista Dafne Salati fu avviato precocemente alla pratica musicale. Determinante l'incontro con Pierre Fournier che assunse la guida della sua formazione insieme al professor Franz Walter del Conservatorio di Ginevra dove si diplomò a 17 anni con il Premier Prix de Virtuosité che non veniva assegnato da 36 anni. Ho avuto l'occasione d'intervistare il grande Maestro grazie al violoncellista cremonese Fausto Solci, suo allievo alla Fondazione Stauffer e considerato dallo stesso Filippini ottimo musicista. Ci siamo incontrarti in uno splendido pomeriggio di settembre, il Maestro e' stato gentilissimo, un vero Signore! Questa e' la sintesi della nostra conversazione:
 
Genzini: Durante la sua straordinaria carriera ha utilizzato numerosi strumenti, che caratteristiche deve avere per lei un buon violoncello?
 
Filippini: Deve suonare come un violoncello: né troppo soprano, né troppo gutturale, né troppo brillante, né troppo leggero, né troppo potente, né troppo teso. E' essenziale che non vengano snaturate le caratteristiche originali, spesso, specialmente i giovani che a volte hanno la tendenza a voler primeggiare, sbagliano, perchè montano gli strumenti in modo troppo forzato.
 
Genzini: Affinche' uno strumento raggiunga il suo massimo potenziale quanto sono importanti le qualità del musicista?
 
Filippini: Sono molto importanti: il musicista modifica lo strumento che suona. Ricordo che ad inizio carriera il mio maestro Fournier mi vendette uno strumento di sua proprietà, in quella occasione capii che è sicuramente un fatto positivo se il violoncello viene suonato da un grande musicista, assume quasi miracolosamente alcune qualità di suono che sono le sue.
 
Genzini: Quali sono stati i suoi principali strumenti?
 
Filippini: Il primo grande vero strumento che ho avuto è stato un Pietro Giacomo Rogeri di Brescia, appartenuto al primo violoncello della Scala Gilberto Crepax, uno strumento famoso di cui si parlava molto per le sue grandi doti. Quando Crepax morì mi recai dalla vedova con l'intenzione di acquistarlo. La signora mi disse che non l'avrebbe venduto e che se mai avesse deciso in tal senso il prezzo sarebbe stato di quindici milioni di lire, una cifra allora proibitiva. Andai comunque a vederlo in via De Amicis a Milano e dopo averlo provato pensai: questo è lo strumento per me. Alla fine riuscii a convincere la signora ad affittarmelo, diventando così l'antesignano di questa abitudine che si e' diffusa ai giorni nostri. Tuttavia compresi anche che è pericoloso avere uno strumento in prestito: chiunque te lo può togliere da un momento all'altro lasciandoti con le "natiche" per terra. Trovai da Max Moller, un bellissimo Goffredo Cappa che divenne il mio primo grande strumento, ma fu solo quando trovai lo Stradivari che soddisfai completamente le mie aspettative. Ricordo di averlo provato a Londra in occasione di un concerto, c'era anche Bruno Canino con me, il suono era talmente clamoroso da non avere rivali. Sintetizzando ho sempre cercato strumenti che sapessero sposare il mio gusto, che fossero in grado di "vestirsi della mia personalità". Quando poso l'arco sulle corde e lo tiro, mi dico: questo sono io, oppure, questo non sono io. Addirittura in alcune occasioni ho provato vergogna a suonare strumenti che non fossero miei, sembrava la voce di un'altro musicista.
 
Genzini: Che sensazioni prova quando suona lo Stradivari?
 
Filippini: Provo un'esaltazione che nessun altro strumento mi ha dato pur però sentendo un certo timore reverenziale: questo è l'unico "difetto" che ha lo Stradivari, essendo il massimo, si affronta con una certa timidezza. Lo strumento non accetta di essere investito, di essere brutalizzato, deve essere circuito con delicatezza per ottenere il massimo. Per fortuna mi abituai anche allo Stradivari.
 
Genzini: Che arco utilizza abitualmente?
 
Filippini: Io ho un Peccatte, un arco molto pregiato, oltre a un Lamy, un Sartory, un Tubbs, un Retford (quantunque poco conosciuto ma considerato da molti il più grande archettaio del '900). Recentemente abbiamo fatto una prova in una sala di registrazione con Giulio Cesare Ricci, grande esperto del suono, gli ho fatto sentire tre archi di valore e alla fine mi ha detto che è stato sorpreso dalle differenze che ci sono.
 
Genzini: E per quanto riguarda le corde?
 
Filippini: Utilizzo sia per gli strumenti antichi che per gli strumenti moderni le corde in budello rivestito. Soprattutto per gli strumenti antichi sono fondamentali perchè essendo più leggeri necessitano di minore pressione. La corda in budello è più elastica, ha un fuso più grande, ha più suono ed è meno tesa.
 
Genzini: Che consigli si sente di dare ai giovani musicisti?
 
Filippini: Il mio consiglio è di rispettare lo strumento, bisogna accettarne le condizioni e portarlo al massimo livello possibile attraverso una corretta montatura.